Il calco archeologico

moulage.jpgUn mezzo di ricerca e di mediazione culturale

 

Gli archeologi hanno da sempre il desiderio di conservare una traccia fedele delle loro scoperte. Una delle prime applicazioni del calco in archeologia fu realizzata nel 1860 dal conservatore del sito archeologico di Pompei, Giuseppe Fiorelli. Egli ebbe l’idea di colare del gesso nelle cavità lasciate dai corpi ricoperti di cenere, per poterne recuperare l’impronta. Da quel momento, il calco è diventato parte integrante della ricerca archeologica ed ha, oggi, diverse funzioni (applicazioni): la riproduzione di pezzi archeologici importanti (spesso sparsi in tutto il mondo) consentendo così di effettuare studi comparativi, ricerche simultanee e permettendo anche la ricostituzione di esemplari incompleti; la salvaguardia e la conservazione di pezzi o monumenti che rischiano di scomparire; la realizzazione di elementi museografici o pedagogici. I primi calchi furono realizzati in gesso, in argilla, in gelatina o in cera, ma erano composti da più pezzi e questo limitava parecchio il lavoro poiché il numero di elementi di cui era possibile prendere l’impronta era minimo. Soltanto con il progredire della chimica nel XIX e XX secolo, vennero introdotte le materie plastiche nella pratica della riproduzione. Questi nuovi materiali favoriscono l’evoluzione tecnica del calco, come l’iniezione, la colata sotto vuoto, la termoforgiatura (modifica di una materia plastica tramite riscaldamento, seguita da una forgiatura con l’applicazione di uno stampo), la stereolitografia (trasformazione chimica con laser ultravioletto di una resina fotosensibile, la cui copia è riprodotta strato dopo strato a partire da un file 3D), la stratificazione (applicazione di un materiale tramite una successione di rivestimenti)... Il calco consiste nel prendere un’impronta che fungerà da forma nella quale sarà versato un materiale per ottenere una o più riproduzioni fedeli all’originale. Per realizzare un calco, bisogna quindi scegliere la tecnica ed il prodotto adeguati. Per la scelta della tecnica da utilizzare, bisogna tener conto di tre criteri: la forma dell’originale, le sue misure e la complessità della forma. Riguardo alla scelta del prodotto, essa dipende da diversi parametri complementari: la rapidità e la semplicità di esecuzione, il numero di copie desiderate, l’aspetto della superficie del modello (verticale, bassorilievo...). Nell’ambito della riproduzione di rocce incise della regione del monte Bego, la tecnica della stratificazione è particolarmente adatta. Questo procedimento è ottimo per realizzare modelli complessi e permette di economizzare il prodotto per il calco. Tale tecnica si svolge come segue: l’impronta (il negativo) è realizzata, dopo aver protetto adeguatamente la roccia, applicando con un pennello strati successivi di un elastomero di silicone. Il calco ottenuto deve essere poi rinforzato da un rivestimento in gesso o una resina e fibra di vetro. Questo contro-calco è composto da uno o più pezzi , secondo la complessità del modello. La tiratura (il positivo) è realizzata con l’applicazione di più strati di materiale di riproduzione. Nel caso di una replica in resina poliestere, la tiratura viene effettuata con l’applicazione di strati di resina rinforzata con fibra di vetro. Se la misura o il rilievo della roccia sono importanti, il doppione è consolidato con tasselli di vetro tappezzati di resina e fibra di vetro. Questo metodo è economico e permette di realizzare copie più leggere. La colorazione del positivo, che deve restituire fedelmente la forma dell’originale ma anche la sua tinta esatta. Per questo è molto importante che prima di qualsiasi intervento sull’originale, vengano scattate foto e fatte rilevazioni con l’aiuto di una scala cromatica universale. Per le riproduzioni delle rocce incise del monte Bego il metodo utilizzato è quello della “gomma lacca”. La gomma lacca è una resina ottenuta dalle cocciniglie d’Asia, che si presenta sotto forma di paillette da diluire in alcool etilico denaturato. Mescolata a terre naturali o a pigmenti, permette di ottenere diversi effetti in pochissimo tempo ed una colorazione più o meno trasparente. Questa tecnica può essere inoltre applicata su quasi tutti i tipi di supporto. Grazie a questo processo piuttosto complesso, possiamo ammirare le riproduzioni di rocce incise di grandi dimensioni nella galleria permanente del museo delle Meraviglie; in questo modo tutti i visitatori, compresi quelli che non possono recarsi in altitudine, hanno la possibilità di accedere a questo grande documento di pietra conservando intatta l’integrità del sito archeologico del monte Bego